Recensione: Salvatore Lupo. Quando la mafia trovò lAmerica.
Venerdì 06 Marzo 2009 12:29
Recensione: Salvatore Lupo. Quando la mafia trovò l’America. Storia di un intreccio intercontinentale, 1888-2008, Einaudi, Torino 2008, pp. 288, € 24,00.
di Luigi Ambrosi
Secondo una copiosa e variegata vulgata giornalistica, il gangster italo-americano Charlie “Lucky” Luciano avrebbe svolto un ruolo da mediatore tra i servizi segreti statunitensi e la mafia siciliana, al fine di agevolare lo sbarco alleato nell’isola durante la seconda guerra mondiale. Si trattava dell’Operazione Husky, ovvero il primo sbarco sul continente europeo delle truppe anglo-americane schierate in Nordafrica, il 9 luglio 1943. Ma «la tesi del pactum sceleris non regge se utilizziamo gli strumenti della storiografia, se ci basiamo sulla documentazione disponibile» (p. 140). È ciò che afferma Salvatore Lupo nel suo recente libro sui rapporti tra l’organizzazione criminale di cui si parla nella Sicilia centro-occidentale dagli anni Sessanta dell’Ottocento e quella di cui si parla negli Stati uniti d’America qualche decennio più tardi. E in questo caso, come nel resto del volume, si tratta di un’utile lezione sul come si possano ricostruire vicende del passato caratterizzate da una inevitabile dimensione occulta con una giusta dose di prudenza, senza cedere all’affascinante inclinazione – di cui tanto si abusa nel nostro Paese – alla ricerca di trame oscure e notizie sensazionali.
Ultimo aggiornamento Martedì 09 Febbraio 2010 11:50
Guerra e pace nei documenti: le linee guida di un progetto
Venerdì 06 Marzo 2009 12:42
Guerra e pace nei documenti: linee guida di un progetto di Maria Venturi
Il panorama nazionale delle esperienze di didattica della storia si presenta estremamente variegato e ricco di esperienze di qualità, stimolanti ed appassionanti. Queste esperienze hanno modificato sia il modo degli insegnanti di porsi nei confronti dell’insegnamento della storia e dell’uso delle fonti, che delle istituzioni culturali e, soprattutto degli archivi, nei confronti di un pubblico non specializzato. E’ ormai certa la consapevolezza comune ad archivisti ed insegnanti dell’indubbia utilità di queste esperienze per l’insegnamento della storia e della necessità di guidare un approccio alle fonti che, nulla perdendo della “scientificità” dello studio professionale, sia praticabile da parte di un pubblico giovane e giovanissimo non ancora formato alla ricerca. Il documento, in quanto bene culturale, prima che di didattica della storia, è strumento di formazione civica. La sua conoscenza, quindi, si impone in via primaria nella scuola dell’obbligo, per garantire a tutti quell’esperienza che non deve restare privilegio esclusivo di chi può portare i propri studi a livello superiore od universitario. Questo che viene presentato di seguito da Maria Venturi è un piccolo esempio di costruzione di memoria storica, un impulso ad indagare la storia sociale nello specifico locale contribuendo alla crescita di esperienze con impianti interdisciplinari assai interessanti, avendo come prospettiva, come direbbe Bloch, quella di “far venir fame, fame di apprendere e soprattutto di cercare”.