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Giovedì 23 Ottobre 2008 11:55

Editoriale - La Costituzione repubblicana e la “rivoluzione liberale”

di Sante Cruciani (19 luglio 2010)

 

Il dibattito sulla Costituzione repubblicana rappresenta un terreno di analisi assai stimolante sui processi politici che hanno attraversato la storia del paese, dalla nascita della Repubblica alle dinamiche del tempo presente.

Nella cornice della guerra fredda e del “congelamento” della Costituzione, la lotta per l’elezione della Corte costituzionale e l’attuazione del titolo V sulle autonomie locali ha scandito la mobilitazione delle sinistre per il superamento del centrismo e l’avvento del centrosinistra.

Nella stagione del centrosinistra, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la riforma della scuola media, lo Statuto dei lavoratori, il finanziamento delle regioni a statuto ordinario sono stati realizzati in nome dei principi di libertà e di uguaglianza e dell’ordinamento democratico dello Stato sanciti nella prima parte  della Costituzione (Alessandro Pizorusso, Il disgelo costituzionale, in AA.VV, Storia dell’Italia Repubblicana, Vol. 2**, La trasformazione dell’Italia. Sviluppo e squilibri, Giulio Einaudi editore, Torino, 1995, pp. 115 – 150).

Nella fase del compromesso storico e della solidarietà nazionale, la difesa della Costituzione ha reso possibile conquiste civili quali la legge sul divorzio e sull’aborto e la tenuta dello Stato democratico contro lo stragismo e la violenza politica del terrorismo rosso e nero.

Nel quadro del pentapartito, la modernizzazione delle istituzioni reclamata del leader socialista Bettino Craxi ha assunto la parola d’ordine della riforma presidenzialista dello Stato, rilanciata dal Presidente della Repubblica Cossiga di fronte ai mutamenti dello scenario internazionale e alla crisi dei partiti di massa degli anni novanta (Piero Ignazi, I partiti e la politica dal 1963 al 1992, in Storia d’Italia, 6. L’Italia contemporanea, a cura di Giovanni Sabbatucci e Vittorio Vidotto, Editori Laterza, Roma – Bari, 1999, pp. 228).

Con la nascita dei nuovi soggetti politici del Polo della Libertà e dell’Ulivo, il dibattito sulle riforme costituzionali è stato dettato dalle tematiche federaliste imposte dalla Lega Nord e dall’esigenza di rendere maggiormente competitivo il paese nei circuiti economici della moneta unica europea. Dopo la riforma del titolo V della Costituzione votata dal centrosinistra nell’ottobre 2001 e la bocciatura al referendum del giugno 2006 della riforma costituzionale del centrodestra imperniata sulla “devolution” di alcuni poteri dello Stato centrale alle autonomie locali, il progetto di legge sul federalismo fiscale in discussione in Parlamento può essere considerato il grimaldello di un disegno più generale per l’abbattimento degli equilibri politici e istituzionali e dei rapporti  economici e  sociali delineati dalla Costituzione repubblicana.

Le recenti dichiarazioni del Ministro delle Finanze Tremonti e del Presidente del Consiglio  Berlusconi sulla necessità  di una riforma dei principi fondamentali della Costituzione, a cominciare dall’articolo 41 sull’iniziativa privata e l’utilità sociale dell’impresa, e sulla Costituzione come “inferno di regole” che rendono impossibile l’azione di governo devono essere analizzate seriamente, al di là delle semplificazioni della propaganda.

L’escalation di prese di posizioni del Ministro delle Finanze alla Festa nazionale della Cisl e del Presidente del Consiglio all’Assemblea della Confcommercio hanno trovato la loro  formalizzazione nel messaggio di Silvio Berlusconi al Popolo della Libertà e ai sostenitori del sito ufficiale www.forzasilvio.it:

“[…] La politica italiana è stata dominata da una certa cultura (comunista e cattolica), per la quale chi si assume la responsabilità e il rischio di prendere un’iniziativa in proprio, di fare l’imprenditore, è un potenziale sfruttatore, un potenziale evasore, un potenziale truffatore. E’ questa la visione che ha ispirato l’Articolo 41 della Costituzione che noi vogliamo modificare, perché il principio liberale della libertà dell’iniziativa economica sia realmente attuato. Per noi, gli imprenditori sono la vera risorsa dell’Italia, perché con il loro impegno e la loro capacità di sacrificio contribuiscono a creare occupazione  e benessere. Per questo noi vogliamo che lo Stato ne riconosca nella stessa Costituzione l’utilità economica e sociale e l’essenziale contributo che danno al bene di tutti. Ma cambiare la Costituzione non basta. […] Per questo stiamo lavorando a una nuova legge, che già qualcuno ha chiamato bontà sua, la “Legge Berlusconi”, per realizzare in tempi ridotti la vera libertà d’impresa. […] E’ una rivoluzione liberale che dobbiamo assolutamente realizzare anche per mettere le nostre imprese in condizione di competere sui mercati internazionali, alla pari rispetto alle imprese concorrenti”. (wwww.ilpopolodellalibertà.it/notizie/1839/liberiamo –le-imprese, 24 giugno 2010).

E’ una lettura della storia del paese ricorrente nella cultura politica della destra italiana e individuabile non tanto nel pensiero liberale classicamente inteso quanto nel coarcervo delle formazioni minori che fin dalla nascita della Repubblica ne hanno messo in discussione il legame con l’antifascismo e il catalogo costituzionale dei diritti di libertà e uguaglianza tra i cittadini (Salvatore Lupo, Partito e antipartito. Una storia politica della prima Repubblica (1946-78), Donzelli editore, Roma, 2004).

Il ricorso ai verbali dell’Assemblea Costituente sulla discussione del titolo II sui rapporti etico – sociali e sull’articolo 41 può rivelarsi  allora utile per rintracciare le radici più profonde delle parole del Presidente del Consiglio nella polemica antistatalista e liberista del Fronte liberaldemocratico dell’Uomo Qualunque, espressa fin dalle prime battute dal deputato Michele Tuminelli in un veemente intervento contro la “Carta costituzionale elaborata dalla diarchia democristiana-socialcomunista”. (Assemblea Costituente, seduta del 17 aprile 1947, pp. 2974 – 2978).

Discusso in sede plenaria nelle sedute del 3, 6 e 7 maggio 1947, il titolo II della Costituzione è oggetto nel suo complesso degli attacchi dei deputati qualunquisti Francesco Colitto e Catullo Maffioli alla “statomania” di Paolo Emilio Taviani e di Giuseppe Di Vittorio, con il liberale Giulio Cortese  attento elle esigenza di contemperare “questo afflato di giustizia sociale, [..] colle esigenze dell’economia e della produzione” (Assemblea Costituente, seduta del 3 maggio 1947, pp. 3508 – 3524).

I riferimenti di Taviani al modello costituzionale americano e inglese di intervento  statale nell’economia e di Di Vittorio alle aspettative di giustizia sociale delle masse lavoratrici sono  peraltro emblematici dell’equilibrio ricercato dai Padri Costituenti tra le ragioni dell’iniziativa privata e quelle dell’interesse collettivo, in sintonia con le Costituzioni più avanzate del mondo occidentale (Assemblea Costituente, seduta del 7 maggio 1947, pp. 3685 – 3695).

Come ha ricordato Stefano Rodotà, denunciando le “prove di decostituzionalizzazione” in atto da parte della maggioranza di governo, anche nella Costituzione tedesca la legittimazione della  proprietà privata è accompagnata dal riconoscimento del bene della collettività e la libera concorrenza è stato eliminata tra i principi di base del  Trattato europeo di Lisbona per iniziativa del Presidente della Repubblica francese Sarkozy (Stefano Rodotà, Chi svuota la Costituzione, in La Repubblica, 21 giugno 2010).

Il rilancio delle parole d’ordine della destra qualunquista e liberista nel dibattito sulle riforma costituzionali contrabbandate come principi di ispirazione liberale è allora indicativo di una ricorrente manipolazione della storia del paese e di una deformazione permanente del contesto europeo, con l’obiettivo di disarticolare il patto sociale alla base della Costituzione repubblicana e modificare l’equilibrio dei poteri dello Stato a vantaggio di una concezione plebiscitaria della politica e della democrazia.

Il federalismo senza autonomie confermato dal taglio massiccio della finanziaria ai trasferimenti alle Regioni e agli enti locali, la modifica degli articoli 41 sull’iniziativa privata, dell’articolo 81 sulle modalità di approvazione del bilancio annuale dello Stato, dell’articolo 118 sulle funzioni amministrative degli enti locali, la violazione dell’articolo 21 sulla libertà di stampa e la riscrittura del titolo IV sull’autonomia della magistratura implicita nel progetto di legge sulle intercettazioni non configurano allora una “rivoluzione liberale” quanto una vera “rivoluzione conservatrice” corrispondente alle pulsioni più retrive della destra italiana.

Fonti storiografiche e Carte costituzionali alla mano, gli storici professionisti e gli esperti della politica comunitaria devono allora assolvere il compito di denunciare la falsificazione della storia e del contesto normativo europeo veicolato nell’opinione pubblica dai maggiori esponenti del governo, nel silenzio accondiscendente della gran parte degli organi di informazione.

Alle forze politiche amanti della Costituzione e agli esponenti della destra democratica spetta invece la responsabilità ben più difficile di fermare le derive populiste nella politica italiana e alimentare nel centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale un sentimento di amor di patria fedele ai principi della Costituzione e alle prospettive di un federalismo solidale in sintonia con le responsabilità del paese nella Patria comune europea.

Ai cittadini e alle cittadine italiane può essere di conforto la consapevolezza che dopo i Presidenti  Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi, (Oscar Luigi Scalfaro, La mia Costituzione, Passigli editore, Firenze, 2005; Carlo Azeglio Ciampi, Da Livorno al Quirinale, Il Mulino, Bologna, 2010), anche il Presidente della Repubblica Napolitano saprà certamente  continuare a “difendere la libertà”.

 

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Storia contemporanea e informatica umanistica, andando oltre powerpoint.
Editoriale
di Anna Caprarelli
(4 gennaio 2010)

Quando il primo corso di scrittura ipertestuale ebbe inizio nel nostro ateneo (1996), nessuno dei suoi partecipanti avrebbe mai potuto immaginare l’attuale livello raggiunto dall’informatica umanistica e dalle tecnologie raggruppate sotto l’immenso ombrello di Internet. Gli strumenti oggi disponibili per l’analisi delle fonti, la creazione di documenti ipertestuali, la condivisione del sapere accademico, la consultazione di banche dati bibliotecarie e archivistiche offrono innumerevoli modi di affrontare la ricerca storica. La disciplina stessa delle Digital Humanities ha acquisito negli ultimi anni dignità accademica. Ne sono testimoni i numerosi centri di studi e di ricerca oltre che spazi personali di docenti. Il mondo anglosassone ha saputo creare una rete di enti deputati alla ricerca nelle Digital Humanities. Negli anni sono poi nati corsi specifici destinati allo studio dell’informatica umanistica. Anche in Italia, oltre al pionieristico seminario HTTP dell’Università di Viterbo, si può citare il corso di laurea in Informatica umanistica presso l’università di Pisa e di Venezia (specialistica) e i singoli corsi nelle singole facoltà di Viterbo, Udine, Trento, Verona, Siena… solo per riportarne alcune.
Lo studio della storia contemporanea acquisisce tramite gli sviluppi dell’informatica umanistica gli strumenti che permettono non solo di potenziare la ricerca e di analizzare una sempre maggiore quantità di dati ma, paradossalmente, proprio grazie all’uso degli strumenti collaborativi e interdisciplinari, di fornire nuovi approcci metodologici consentendo l’allargamento dello spettro della ricerca verso nuovi ambiti tematici.

Le applicazioni scaturite dal web 2.0, sempre online e collaborative, consentono agli utenti di generare contenuti dinamici, scambiare fonti, idee, bozze e risultati mostrando per la prima volta, semmai ve ne fosse bisogno, il complesso processo di elaborazione e creazione della ricerca storica, facilitandone alcuni passaggi, sopratutto in relazione alla notevole mole d’informazione disponibile online. L’utilizzo di applicazioni web come Diigo che dà la possibilità di annotare pagine web in modo collaborativo o individuale e di Zotero o Scribe che radunano fonti bibliografiche per poi organizzarle e condividerle o ancora Delicious che raggruppa link in sitografie ragionate oppure Digitaltext 2.0 che organizza e condivide testi elettronici o infine Timelinebuilder che crea linee temporali personalizzate e interattive sono solo alcuni esempi degli strumenti che l’ultima evoluzione dell’informatica mette al servizio della storia contemporanea.
Il tema centrale intorno al quale ruotano le discussioni in campo umanistico, particolarmente importante per la storia contemporanea, riguarda la possibilità di aggiungere una semantica alle fonti, ai documenti creati o disponibili online. La necessità di aggiungere meta informazioni (meta dati o meta tag) è ormai fondamentale per potere collaborare ad un progetto collettivo. I meta dati diventano indispensabili per i motori di ricerca e per tutti gli strumenti che ordinano, gestiscono e filtrano le fonti.
Ecco allora che nuovi termini diventano nodali nell’ambito storico contemporaneo. Il “Crowdsourcing” che raccoglie informazioni da più utenti/autori, rispettandone l’autorialità ed esaltando il senso della comunità scientifica oppure il “Mash-up” che permette di utilizzare una o più applicazioni web per raggiungere la completezza del documento sotto il punto di vista multimediale, includendo dinamicamente un maggior numero di contenuti da più fonti sono ormai diventati moneta corrente nella ricerca scientifica anche di stampo umanistico.
Inoltre le nuove piattaforme disponibili sul web hanno dato vita non solo alla galassia dei social network ma anche ai depositi aperti di fonti e documenti come Wiki, Flicker, Youtube, Scribd, Slideshare, OAIster, Opendoar e i numerosissimi depositi di materiali didattici gratuiti e controllati direttamente dalle singole università come gli Opencourseware o le piattaforme di materiali istituzionali (instutional repository) come Dspace (Dspace Università degli studi della Tuscia) o Eprints.
Non solo Facebook, Twitter, Friendfeed, Netvibes o Linkedin, dunque, ma anche vere piattaforme di discussione storica come Humanist, Footnote o Thatcamp. Parallelamente alla scrittura collaborativa sono sorti strumenti dedicati alla lettura collaborativa e alle relative discussioni editoriali come Shelfari, Weread o Librarything. Nel campo della lettura non va dimenticato l’importante settore degli ebook (libri elettronici e nuovi devices capaci non solo di contenere centinaia di libri ma anche di permettere annotazioni e condivisione, come ad esempio il Kindle di Amazon, la più grande e consolidata libreria virtuale).
Gli ebook cosi come i materiali didattici disponibili online possono far pensare ad un futuro dove il Digital Divide, tra paesi ricchi e resto del mondo, si appiani negli anni a venire. L’informatica umanistica, in questo senso, dovrebbe spingere ulteriormente sulla collaborazione tra ricercatori e sullo sviluppo di strumenti collaborativi. La storia contemporanea potrebbe allora diventare “materia etica”, vero sapere condiviso del passato globalizzato.
Le digital humanities si intrecciano ormai sempre più con applicativi complessi sia backend (lato server) che frontend (lato utente) e il passaggio obbligato per i contenitori CMS spinge lo storico a non sottovalutare la formazione informatica e la collaborazione interdisciplinare con colleghi informatici.

La storia contemporanea avvalendosi di nuovi strumenti pensati e creati per le discipline umanistiche consolida il suo messaggio e incrementa le possibilità di scambio tra storici.
Si aspettano ulteriori novità e discussioni per il prossimo appuntamento che si terrà a Londra in luglio dove avrà luogo l’annuale conferenza internazionale “Digital Humanities”. Questa volta sarà il King’s College con il Centre for Computing in the Humanities e il Centre for e-Research insieme alla Alliance of Digital Humanities Organisations (ADHO) a raccogliere dubbi e nuove sperimentazioni.
Oggi la storia contemporanea può sicuramente andare oltre la classica presentazione powerpoint, inventando nuovi modi per comunicare la complessità del passato e creando a sua volta i documenti digitali del futuro.


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Dieci riflessioni sulle elezioni europee 2009

Editoriale
di Massimo Piermattei
(1 luglio 2009)

Il primo numero di “Officina della Storia” del 2009 esce quando i riflettori sulle elezioni europee si sono spenti. Proviamo a capire quali sono state le continuità e quali le discontinuità che hanno caratterizzato la tornata appena conclusa rispetto alle precedenti: per farlo, ecco “dieci riflessioni” che riguardano i partiti italiani, i loro collegamenti con le federazioni transnazionali dei partiti europei, i contenuti e le modalità della campagna elettorale, i candidati, la partecipazione al voto, la legge elettorale e il ruolo dei media.

1. Il cammino europeo della destra

Le elezioni 2009 hanno sancito la conclusione di un lungo percorso compiuto dalla destra italiana nel Parlamento europeo. Nel 1989 il MSI si era alleato con il FN di Le Pen: dal 1998, con l’adesione di FI ai popolari europei e l’ingresso di AN nel gruppo gollista dell’UPE, si sono poste le basi perché i due partiti potessero ritrovarsi, uniti nel PDL, nella casa comune delle destre europee. L’ingresso nel PPE di Cristiana Muscardini e di altri deputati in “quota AN” è uno dei fatti politici più importanti che queste elezioni lasciano (nel 1994 l’adesione di FI al PPE era stata rifiutata proprio a causa dell’alleanza con il MSI-AN). È significativo che la destra italiana, per decenni esclusa dal fulcro della vita politica a Strasburgo, oggi abbia non solo dei chiari riferimenti europei, ma rappresenti anche una delle componenti principali dello stesso PPE.

 

2. …e quello della sinistra

La collocazione europea del PD è una cartina di tornasole delle difficoltà della sinistra. Immediato è il paragone con la nascita del PDS: nel 1988, già prima della fondazione del nuovo partito, infatti, la dirigenza comunista – soprattutto per merito di Napolitano – aveva individuato nell’Internazionale Socialista e nel gruppo socialista a Strasburgo i propri riferimenti europei, visti come chiave di volta per disegnare nuove prospettive di azione politica, in Italia e nella CEE. Diverso l’atteggiamento del PD, che ha affrontato il problema della collocazione europea solo a ridosso del voto e, decidendo di non schierarsi direttamente nel PSE – o in un altro gruppo – ha fatto una scelta precaria che ne ridimensiona il ruolo continentale e non ne rafforza la coesione interna

 

3. L’instabilità perpetua della sinistra

Scorrendo i risultati delle ultime cinque elezioni europee, il primo aspetto evidente è che non ci sono state due competizioni alle quali abbiano partecipato le medesime formazioni. Nel 1989 c’erano il PCI e Democrazia Proletaria; nel 1994 il PDS e RC; nel 1999 i DS, RC e i Comunisti italiani; nel 2004 Uniti nell’Ulivo, RC e i Comunisti italiani; nel 2009 il PD, Sinistra e Libertà, e RC – le ultime due, a loro volta, più simili a mini-coalizioni che a partiti. La sinistra italiana sembra andare continuamente alla ricerca di nuovi contenitori, di nuovi simboli, più che dedicarsi alla definizione del bagaglio politico-identitario sul quale costruire il partito.

 

4. La mancanza di una visione socialista

Ancora una volta, si è avvertita la mancanza di una visione comune e organica da parte del PSE e dei partiti affiliati sui principali temi europei come, ad esempio, la crisi economica e la disoccupazione, l’immigrazione, l’ambiente. Di conseguenza, anche in questa tornata elettorale, come avviene sistematicamente dal crollo del Muro di Berlino, i cittadini si sono affidati alle parole d’ordine più chiare e rassicuranti delle destre conservatrici, dei partiti estremisti di destra, dei partiti antieuropei. Quello che era stato uno dei maggiori obiettivi di Jacques Delors, l’elaborazione di una visione socialista dell’integrazione europea, resta ancora un miraggio.

 

5. In vent’anni il paradosso della Lega

Se in occasione delle elezioni 1989 e 1994 il partito guidato da Bossi aveva sostenuto con forza il Parlamento europeo, visto come garanzia rispetto alle tare di cui i leghisti accusavano il governo “di Roma”, successivamente la Lega Nord è passata all’euroscetticismo, fino ad abbracciare l’antieuropeismo vero e proprio. A partire dal 1998, infatti, dallo “shock” per l’ingresso dell’Italia nella terza fase UEM, i leghisti hanno accusato sempre più vigorosamente l’UE di essere la fonte dei malesseri economici – Euro – e sociali – immigrazione – del Nord e dell’Italia. Tanto che Umberto Bossi ha definito il voto per le europee “inutile”.

 

6. I candidati

Fino al 1989, i partiti avevano la tendenza a candidare coloro che, per motivi diversi, erano stati esclusi dal palcoscenico politico nazionale (seppur con importanti eccezioni, ad esempio Spinelli nel PCI). Dalla tornata del 1994, invece, sono aumentate le candidature di personaggi legati al mondo dello spettacolo, dello sport, del giornalismo, dell’università. Se questo fenomeno può essere letto come un fatto positivo, come un tentativo di rinnovarsi e di mandare a Strasburgo non solo politici di professione, il rischio che questi candidati vengano utilizzati solo per attrarre voti o che non si sentano davvero chiamati a “fare” politica, è pur sempre alto e a volte prevalente.

 

7. La campagna elettorale

Le prime tre elezioni registrarono una forte presenza delle tematiche europee: nel 1979 il tema dominante fu la stessa introduzione del suffragio diretto; nel 1984 si discusse sul Progetto Spinelli; nel 1989 ci fu il referendum sui poteri costituenti al Parlamento europeo. Nelle tornate successive, la presenza delle tematiche europee è stata a corrente alternata: nel 1994, a causa della stretta vicinanza con le consultazioni politiche, a prevalere fu la politica interna; nel 1999 toccò di nuovo all’Europa, a causa della guerra in Kosovo, e lo stesso accadde nel 2004 (in vista del nuovo Trattato). Nel 2009 lo spazio dedicato dai partiti all’Europa è stato residuale e il confronto scarsamente incentrato sulle grandi sfide che attendono il processo d’integrazione europea.

 

8. Un nuovo calo della partecipazione

Stante il calo elettorale che si è avuto in tutti i Ventisette, il dato che dovrebbe preoccupare di più è la diminuzione registrata nei nuovi membri, i cui cittadini, per la prima volta, si recavano alle urne con una certa “consapevolezza europea” - infatti, nel 2004 le elezioni si erano tenute ad un solo mese dall’adesione all’UE. Se è vero, infatti, che la rappresentatività politica è complessivamente in crisi, il fenomeno si avverte di più in quel tipo di elezioni, come le europee, dove i cittadini faticano a capire la diretta importanza e le conseguenze politiche del voto.

 

9. La legge elettorale

L’introduzione dello sbarramento al 4% ha drasticamente ridotto il numero di partiti che hanno eletto almeno un deputato (6): in precedenza, il numero più basso si era registrato nel 1984 (10). Alle elezioni del 1994, del 1999 e del 2004, invece, si era assistito ad un aumento progressivo: rispettivamente 14, 18 e, addirittura, 20. Una delle anomalie ancora vigenti della legge elettorale è la ripartizione dei seggi in macrocircoscrizioni interregionali: questa suddivisione fu voluta dalla DC per evitare che un’altra fatta su base regionale portasse vantaggi al PCI e al PSI. I tempi sono forse maturi perché si passi a circoscrizioni più omogenee o, al limite, direttamente ad un collegio unico nazionale. In più, alle elezioni del 2009 si è assistito, nuovamente, alla candidatura di vari ministri, e dello stesso Berlusconi, incompatibili per legge: forse, anche per sganciare ulteriormente le elezioni europee dalle dinamiche politiche nazionali, sarebbe il caso di iniziare a pensare alla fattispecie dell’ineleggibilità piuttosto che alla sola incompatibilità.

 

10. La mancata europeizzazione dei media

“Se i polacchi aspettano da cinque anni, noi aspettiamo da trenta” (sulle trattative per il nuovo presidente del Parlamento europeo, M. Sattanino, TG1, 9 giugno 2009); oppure, può dire Berlusconi quando ha conosciuto il padre di Noemi? E cosa ci faceva alla festa dei suoi 18 anni?

Questo editoriale è diviso in dieci punti, tanti quante le domande pubblicate nelle ultime settimane da “la Repubblica” – e riprese in varie forme da altri quotidiani. La modalità scelta per interrogare ossessivamente Berlusconi sulla sua vita privata poteva essere utilizzata anche per spingere la classe politica e i candidati alle europee a confrontarsi sulle principali questioni che nei prossimi mesi e anni riguarderanno l’Europa e gli europei. Un confronto finora mancato per una sorta di circolo vizioso che si instaura fra media e classe politica. Se nell’evitare il confronto i partiti possono avere un interesse strumentale,è compito dei mezzi d’informazione mantenere i temi europei al centro del dibattito, almeno in occasione delle europee. In questo senso, nel rapporto tra media e integrazione europea, come in quello tra Europa e partiti, si avverte sempre più l’esigenza di una discontinuità nelle forme come nei contenuti. Senza un’azione coraggiosa e lungimirante che riporti l’Europa al centro del dibattito, la campagna elettorale del 2014 (in termini di partecipazione al voto, proposta politica e spazio mediatico) è quasi già scritta.




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L’officina della storia. Rivista on line di storia del tempo presente

Editoriale

di Maurizio Ridolfi (13 ottobre 2008)

La vita della nostra democrazia si alimenta di una complessa e contraddittoria rappresentazione del passato; ad una crescente domanda di “storia”, ben oltre la sfera accademica, corrisponde però una sempre minore attenzione verso il rigore del metodo analitico e del sapere scientifico, nonché un conseguente uso improprio, quando non apertamente politico, della storia recente. Come allora possono e debbono collocarsi, di fronte a tutto ciò, gli storici e comunque gli studiosi di storia contemporanea? Che forma e con quali linguaggi tenere insieme il “fare” con il “comunicare” storia? Come contribuire ad immettere nel circuito della comunicazione pubblica, in primo luogo tra quanti si appassionano alla storia del tempo presente, le tendenze della ricerca, le metodologie di ricerca, le “vecchie” e nuove fonti?

La nostra attenzione andrà al “fare” e al “comunicare “ la storia del cosiddetto “tempo presente”, vale a dire di tutto quanto, del passato, influenza ai vari livelli la nostra vita nello spazio pubblico. In questo senso, le riviste di storia e quelle online in particolare, possono avere un ruolo significativo. Negli ultimi anni il panorama delle riviste di storia contemporanea è andato sensibilmente cambiando. Accanto alle riviste professionali, in virtù delle opportunità offerte dalle nuove frontiere informatiche, si è delineato un innovativo panorama di riviste online, con ulteriori spinte a ripensare i linguaggi del “fare storia”.

La nostra rivista non vuole esprimere, come un tempo, un indirizzo di scuola o privilegiare un progetto ideologico-culturale; vorremmo contribuire invece a ripensare e meglio definire il terreno proprio dello studioso di storia, la sua “cassetta degli strumenti”, il senso rigoroso e creativo del “fare storia”. Di qui un titolo che allude al lavoro del “laboratorio” artigianale, laddove si costruiva un sapere e si tramandava di generazione in generazione, non disperdendo patrimoni e tradizioni. Vogliamo però fare i conti con la società della comunicazione di massa, sul piano sia del mezzo sia del linguaggio. Ecco allora la rivista online, sebbene la si voglia accompagnare annualmente con una pubblicazione cartacea in cui raccogliere selezionati materiali nel frattempo messi un circolazione tramite la rete.

Le riviste e i gruppi di studiosi che le mantengono in vita rappresentano ambiti di aggregazione, oltre che uno strumento di lavoro e di informazione per chi le consulta. E’ un prerequisito anche per noi, essendo il gruppo di lavoro formato da quanti, giovani studiosi, hanno condiviso un apprendistato alla ricerca e alla vita della comunità di studio presso il Dottorato in Storia avente sede all’Università della Tuscia di Viterbo.

Si muove dalla consapevolezza di trovarsi in un’età di transizione, anche per quanto concerne il mestiere di storico. Mentre le riviste cartacee di storia mantengono un ruolo importante nel quadro delle loro tradizionali funzioni, faticano invece – anche quando ne perseguano l’obiettivo – a varcare la soglia dello specialismo professionale. Le riviste on line e i siti web hanno messo in seria discussione le modalità operative delle riviste tradizionali. In realtà, la distinzione tra
riviste cartacee e riviste elettroniche riguarda i supporti di carattere materiale (la stampa o meno); sappiamo invece che non sussiste una effettiva opposizione tra l’editoria a stampa e quella digitale. Le riviste elettroniche sono un prodotto in sintonia con le modifiche del mercato, seppur con peculiari modalità di produzione e di distribuzione. L’integrazione tra carta e rete è un effetto della costruzione di circuiti di comunicazione più ampi di quelli delle riviste storiche a stampa. Sono del resto le domande sociali di consumo culturale a spingere per una riformulazione del concetto di rivista; dalle tradizionali rubriche delle riviste cartacee si sta passando insomma alla proliferazione di siti specializzati e a nuove forme di comunicazione.

Rispetto alle tradizionali riviste cartacee, nel caso delle riviste online si ritrovano progetti culturali solitamente meno connotati, spesso con lo scopo prevalente di offrire informazioni e servizi alla ricerca (sitografie e bibliografie ragionate, recensioni a libri e a convegni, il work in progress, ecc.). La nostra “Officina della storia” vorrebbe cercare di dare questo ma anche qualcosa in più, rivolgendosi a quanti si occupano, sia professionalmente che non, di storia e della sua proiezione pubblica. Vorremmo contribuire, tramite la rete, ad allargare gli spazi della storia del tempo presente al di fuori delle tradizioni accademiche, guardando con interesse e però con spirito critico ad alcuni linguaggi del giornalismo culturale, quali l’intervista, il forum, il documento/immagine, l’editoriale su temi non strettamente storiografici; insomma i territori della cosiddetta “industria della storia”.

E’ un fine il cui compimento saremmo lieti di condividere con nuovi amici e collaboratori, specialmente quanti, mossi da entusiasmo giovanile e freschezza di idee, si sono incamminati nei percorsi, sempre affascinanti, della storia del tempo presente.




Ultimo aggiornamento Martedì 27 Luglio 2010 15:38
 
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