Recensione: Antonio Senta, A Testa alta! Ugo fedeli e l’anarchismo internazionale (1911-1933) Stampa E-mail
Venerdì 06 Dicembre 2013 12:54

Recensione: Antonio Senta, A testa alta! Ugo Fedeli e l'anarchismo internazionale (1911-1933), Zero in Condotta, Milano 2012, pp. 71

di Enrico Acciai

 

Antonio Senta è uno dei giovani studiosi che stanno dando un nuovo e interessante impulso alle ricerche sull’anarchismo italiano. Questo lavoro, nato dalla rielaborazione della sua tesi di dottorato, è il frutto di anni spesi negli archivi italiani e stranieri; in particolare, il corpus documentale dal quale è partito l’a. è custodito presso l’Internationaal Instituut voor Sociale Geschiedenis (IISG) di Amsterdam. Sono qui infatti conservate le carte personali dell’anarchico Ugo Fedeli, in particolare i suoi diari, la sua corrispondenza e le sue note bibliografiche. Sono doverose due brevi riflessioni preliminari sul personaggio e sulle fonti. Ugo Fedeli (1898-1964) è stato un esponente di primo piano dell’anarchismo europeo novecentesco; non fu un intellettuale strictu sensu ma arrivò a essere uno dei custodi della memoria del movimento libertario italiano per quanto riguarda la prima meta del XX secolo. Originario di Milano, entrò giovanissimo nel movimento anarchico e, dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, aderì alla campagna antimilitarista. Dopo un breve soggiorno in Svizzera, tornò a Milano dove visse intensamente gli anni complicati del Bienno rosso e della nascita del fascismo. Nel 1921 fu costretto a emigrare e arrivò fino in Russia per poi passare da Berlino e stabilirsi, dal 1923, a Parigi. Espulso dalla Francia nel 1929, con la compagna Clelia Premoli, partì alla volta di Montevideo, in Uruguay. Nel 1935 fu arrestato e consegnato alle autorità italiane; condannato al confino, rimase nell’isola di Ponza per quattro anni. Durante la seconda guerra mondiale fu prima internato nel campo di concentramento di Colfiorito e poi nuovamente confinato, questa volta a Ventotene. Nel secondo dopoguerra, stabilitosi a Carrara, Fedeli fu molto attivo nella riorganizzazione del movimento libertario in Italia. Nel 1952 fu assunto da Adriano Olivetti come bibliotecario e responsabile culturale dell’omonima azienda. Fedeli rimase a Ivrea fino alla morte, sopraggiunta nel 1964. Dopo la sua scomparsa, la compagna Clelia decise di cedere l’imponente fondo documentario all’IISG; lo studioso dell’anarchismo Arthur Lehning si occupò allora dell’acquisizione e del trasferimento in Olanda. Per avere idea della quantità del materiale conservato ad Amsterdam basti ricordare che le Ugo Fedeli Papers misurano quasi 22 metri lineari e coprono principalmente il periodo compreso tra la prima guerra mondiale e gli anni Sessanta del Novecento.[1] Si tratta quindi di documenti in larghissima parte riguardanti i decenni più convulsi della storia italiana ed europea. Il dato interessante non è solo quello quantitativo ma anche, e soprattutto, quello qualitativo: Ugo Fedeli, che visse gli anni compresi tra il 1921 e il 1943 in uno spazio geografico che andava dalla Russia all’Uruguay, passando dalla Francia, dal Belgio, dalla Germania e dall’Italia fu testimone diretto di alcuni dei passaggi centrali della storia europea contemporanea. «La mia biblioteca-archivio», avrebbe scritto nel 1963 lo stesso Fedeli, «è molto ricca perché ci lavoro attorno da più di quaranta anni e vi ho sempre speso tutto quanto ho guadagnato» [p. 21]. Le Ugo Fedeli Papers sono liberamente consultabili dal 2008 grazie al riordino realizzato dallo stesso Senta. Il materiale, prima di essere utilizzato, è stato quindi risistemato dall’autore del volume, in un felice esempio di come il lavoro di archivista si possa integrare perfettamente con quello di storico.

Venendo al testo in senso stretto, l’a. ricostruisce le vicende biografiche della prima parte della vita del Fedeli e chiude il suo lavoro con l’espulsione dall’Uruguay di quest’ultimo, nel 1933. Sin dalle prime pagine si comprende come quella raccontata sia una vicenda biografica che avrebbe meritato già da tempo una riflessione approfondita.  «Il “modo di vivere” di Fedeli», scrive Senta, «è legato ai suoi molteplici aspetti e interessi: operaio, militante, storico autodidatta. Il suo anarchismo quotidiano, la passione rivoluzionaria, l’amore per la ricerca sono stati aspetti inseparabili della sua personalità» [p. 10]. Durante i primi anni milanesi Fedeli entrò in contatto con le figure più importanti dell’anarchismo italiano d’inizio Novecento e si formò, politicamente e umanamente, in un ambiente particolarmente effervescente. Il terzo capitolo del libro [pp. 85-128] parla di anni decisivi per il movimento operaio italiano: il Biennio rosso e la nascita del fascismo vennero vissuti con intensità da un giovane Fedeli che collaborò anche con l’“Umanità Nova” diretta da Errico Malatesta. Nel marzo del 1921 ci fu però l’attentato al Caffè-teatro Diana: quei ventuno morti avrebbero avuto un peso notevole sull’evoluzione delle vicende dell’anarchismo italiano così come, in una scala più piccola, sulla stessa vita di Fedeli. Le pagine dedicate al clima nel quale maturò l’attentato e alle sue conseguenze [pp. 104-122] sono di assoluto interesse: ragionando sul lungo periodo, quello che successe in quei giorni a Milano avrebbe lasciato una traccia indelebile nelle vicende dell’anarchismo italiano ed è interessante seguire gli eventi dal punto di vista di Fedeli. Per sfuggire alla repressione statale, Fedeli cominciò in quello stesso 1921 un lungo esilio. Si recò dapprima in Russia dove ebbe modo di confrontarsi con i limiti della rivoluzione bolscevica: gli fu negata la possibilità di visitare i luoghi della sollevazione dei marinai di Kronstadt e rimase deluso dalla «tendenza autoritaria dei bolscevichi» [p. 135].  A Mosca Fedeli conobbe, e frequentò, Alexander Berkman e Emma Goldman, ma già nel dicembre di quell’anno decise di abbandonare la Russia e di spostarsi a Berlino. Il passaggio successivo, quello degli anni parigini analizzati nel quinto capitolo [pp. 164-208], consente all’a. di soffermarsi ampiamente sulla partecipazione dell’universo libertario al variegato mondo del primo antifascismo. Interessante anche il breve accenno ai rapporti che ci furono tra esuli libertari italiani e spagnoli durante i secondi anni Venti. L’ultimo capitolo, il sesto, si occupa infine degli anni “uruguaiani” di Fedeli [pp. 209-231]: nonostante il cambio radicale di ambiente, l’attività propagandista dell’anarchico milanese rimase intensa e si andò a inserire nelle vicende generali di uno dei movimenti libertari più attivi del mondo. A Montevideo Fedeli approfondì la collaborazione, già iniziata a Parigi negli anni precedenti, con una delle figure centrali dell’anarchismo italiano del primo Novecento, Luigi Fabbri. Nel novembre del 1933 Fedeli, ancora ricercato per le vicende legate all’attentato del Diana, venne arrestato e la ricostruzione di Antonio Senta si chiude proprio con la sua consegna alle autorità italiane. Una menzione a parte la merita anche l’apparato bibliografico dove Senta offre al lettore un elenco quasi completo dei libri, degli opuscoli e degli articoli pubblicati da Ugo Fedeli  [pp. 232-242]. Si tratta di una lunga lista che da la misura della prolifica attività di pubblicista portata avanti dal Fedeli nel corso di tutta la sua vita.

Riflettendo su un piano generale e avviandoci alle conclusioni, ci sembra che l’a. superi uno dei tradizionali limiti della produzione storiografica legata al movimento libertario italiano, non limitandosi, nei riferimenti, alla letteratura strettamente anarchica ma inserendo invece il proprio discorso sul “mondo di Fedeli” in una cornice più ampia che tiene conto della storiografia sul movimento operaio nel suo complesso. In questo senso ci sembra di essere dinanzi a un lavoro di storia sociale particolarmente ben confezionato. Uno dei principali meriti di Senta è di riuscire, con convinzione, a inserire le vicende particolari di Fedeli in un contesto più ampio degli avvenimenti di cui questi fu testimone diretto. La forma biografica diventa così un interessante escamotage narrativo per parlare di vicende di tutto un movimento frammentato e disorganico come quello libertario: «questa ricerca», scrive l’a. nell’introduzione, «non vuole essere solo una ricostruzione biografica, ma anche un tentativo di disamina e approfondimento storiografico del movimento anarchico internazionale all’interno del movimento operaio novecentesco» [pp. 10-11]. Ci sembra che Antonio Senta sia pienamente riuscito in quelli che erano i suoi propositi. Dalla lettura del saggio si ha la conferma del carattere intrinsecamene transnazionale del movimento libertario italiano; quanto già suggerito da Davide Turcato nel 2007 trova in queste pagine una conferma e una proiezione anche sulle vicende dei primi trenta anni del Novecento.[2] Chiudiamo sottolineando la speranza che l’autore stia già lavorando alla seconda parte della biografia di Ugo Fedeli. Il desiderio è quello che Senta possa presto dare alle stampe un altro volume altrettanto in grado di far luce sul movimento libertario italiano in un passaggio sino ad oggi poco frequentato dalla storiografia come quello del secondo dopoguerra.

 



[2] Davide Turcato, Italian anarchism as a transnational movement, 1885-1915 in: “IRSH”, 52 (2007), pp. 407-444.

Ultimo aggiornamento Venerdì 27 Dicembre 2013 20:14