Il caso di “Radio Trieste” tra il 1954 e il 1976 Stampa E-mail
Giovedì 05 Gennaio 2017 22:24

Il caso di “Radio Trieste” tra il 1954 e il 1976

di Caterina Conti


* Paper sottoposto a blind referee

 

Il presente studio tratta del caso di “Radio Trieste” negli anni tra il 1954 e il 1976. Il lavoro qui esposto è il frutto una ricerca di quattro anni su Radio Trieste, luogo di elaborazione e diffusione di idee, cultura, spettacolo, storia e letteratura. Il contesto storico ha una funzione cruciale per la sua definizione e attività: la città giuliana proveniva da anni di grande cambiamento, poiché aveva vissuto nell’ultimo mezzo secolo la prima guerra mondiale e la fine del dominio austroungarico, l’affermazione del fascismo, la seconda guerra mondiale, il dopoguerra con l’occupazione tedesca, titina e il Governo Militare Alleato[1]. Il 1954 è quindi una data simbolo per Trieste, poiché sancisce il ritorno all’Italia (Memorandum di Londra) e la dolorosa ridefinizione dei confini nazionali, inclusa l’amputazione dei territori dell’Istria e della Dalmazia. Da quel momento si apre un nuovo capitolo di storia per l’estremo nord-est italiano, che coincide, sul piano della radiofonia locale, con il rivelarsi di nuove prospettive. Infatti, Radio Trieste viene progressivamente integrata nella famiglia della RAI[2], incentivando la produzione di contenuti di qualità che fioriscono a decine e inserendo la sua programmazione nel palinsesto della radiofonia nazionale. Il periodo 1954-1976 è il ventennio d’oro di Radio Trieste, come si vedrà, per l’attività, la fruizione, la funzione svolta.

Più in generale, anche nel resto d’Italia e d’Europa, quelli furono gli anni di netta affermazione della centralità del mezzo radiofonico come strumento di informazione, intrattenimento e acculturazione. Solo dal 1976 iniziò una nuova fase[3], caratterizzata dalla supremazia della televisione[4] e dalla riforma della RAI che aprì alla concorrenza dei privati[5], alla politicizzazione dei suoi organi di diffusione, al progressivo ridimensionamento della funzione della radio. Anche l’emittente triestina ne risentì profondamente, dopo aver assolto alla funzione politico-culturale di servizio pubblico e aver ridato slancio alla città con i valori fondanti della democrazia. Radio Trieste divenne così il centro della vita intellettuale: due generazioni di letterati, scrittori, pensatori, poeti giuliani presero parte alla programmazione radiofonica, anche nel tentativo di far riprendere l’abitudine della parola a un territorio straziato dai silenzi obbligati, fornendo strumenti di elaborazione e dialogo su quanto avvenuto e soprattutto aprendo un nuovo orizzonte di fiducia per la città giuliana. Attorno alla radio si aggregò non solo una classe di intellettuali colti e creativi, ma anche una comunità cittadina che ne comprendeva la portata come luogo di conoscenza, riflessione e rappresentazione. Radio Trieste costituisce così un imprescindibile tassello storico per comprendere il contesto e la centralità dei mezzi comunicazione di massa nel ’900[6].

 

1. Nota metodologica 

Non esiste, a oggi, uno studio approfondito complessivo su Radio Trieste negli anni d’interesse: per questo tale saggio rappresenta un primo tentativo di ricostruzione di una parte fondamentale della cultura giuliana del dopoguerra. Le fonti analitiche a disposizione sono l’opera colossale dell’ing. Candussi[7] che ripercorre minuziosamente la storia, le tappe e il percorso delle radio giuliane fino al 1954, e una pubblicazione RAI, dal carattere divulgativo, in occasione del 75° anniversario dalla nascita di Radio Trieste[8]. Altri contributi significativi sono stati pubblicati in tempi più recenti[9], ma nessuno di questi riesce a dare una prospettiva complessiva dell’attività triestina. Si è dovuto, dunque, procedere con scientificità in un campo poco esplorato, scegliendo di porre al centro le fonti stesse come da indicazione di Franco Monteleone[10]. Presso la RAI locale il patrimonio relativo a Radio Trieste è di difficile consultazione, poiché non vi è un catalogo completo che indichi programmi, orari di messe in onda e autori, ma c'è solo la possibilità di interrogare un puntuale sistema digitale (le famose “Teche” RAI[11] che confluiscono in un unico bacino nazionale) che, tuttavia, copre in modo molto parziale il periodo precedente al 1976. Da alcune fonti orali, si è saputo, peraltro, che la gran parte dei materiali di Radio Trieste sarebbe stata dispersa negli anni Ottanta[12]: i materiali reperibili sono frutto di fortunati salvataggi casuali o del buonsenso di singoli.

Non essendo reperibile un esaustivo elenco di programma andati in onda o di materiali inerenti, la ricerca ha dovuto individuare nuove strade per ricavare più elementi possibile. Si è ricorso allora allo spoglio dei periodici del tempo, de «Il Piccolo»[13] e del «Radiocorriere TV»[14] nella parte dedicata ai programmi radiofonici e televisivi, per individuare la programmazione, gli orari e gli autori delle trasmissioni. Attraverso questo meticoloso lavoro si è potuto ricostruire l’enorme patrimonio prodotto da Radio Trieste, isolando 1110 titoli di programmi trasmessi, dei quali solo 145 sono presenti all'interno delle Teche RAI[15].

Va fatta un’ulteriore precisazione. Nel maggio 1945, le forze jugoslave si impadronirono di Radio Trieste e strutturarono una redazione slovena animata da esponenti politici ed esperti prestati dal regime. Negli anni del GMA, per una precisa volontà politica si volle mantenere la sezione slovena che ancora oggi vive e garantisce, secondo le normative vigenti[16], la tutela della minoranza linguistica. Nel presente studio si è ritenuto di non approfondire questa parte: va tenuto conto, tuttavia, dell’intreccio tra le due offerte radiofoniche, che sarà indagato altrove[17]. Così come va fatta doverosa menzione dell’esistenza di Radio Capodistria e Radio Venezia Giulia[18], le cui attività sono legate a Radio Trieste per la comunanza di indirizzo e di pubblico.

 

2. Perché Radio Trieste 

Nel 1927 il Governo fascista sanciva la concessione all’EIAR del servizio delle radioaudizioni circolari[19], per incrementare, dal punto di vista tecnico e artistico, il servizio già esistente con la costruzione di quattro nuove stazioni radio (oltre a Roma) a Milano, Torino e Trieste. Nel progetto si indicava che l’emittente triestina avrebbe dovuto diffondere programmi per un «totale annuo di oltre seimila ore di trasmissione, ovvero diciassette ore al giorno»[20]. Si trattava di un progetto ambizioso che s’inseriva, inoltre, nelle intese che il Ministero delle Comunicazioni aveva voluto confermare con la STIPEL per agevolare il collegamento musicale con Milano e le linee estere: la vocazione internazionale di questa radio emergeva prima ancora che essa iniziasse a trasmettere.

Oltre alla Regione Giulia, la sua zona d’influenza abbraccerà la costa orientale e occidentale dell’Adriatico e i Paesi dell’Europa centrale e balcanica fino all’Ungheria, la Bulgaria e l’Albania. Dalle antenne della Stazione di Trieste tutti questi popoli dovranno sentire la forza culturale, artistica e politica della nuova Italia, che nel campo delle radiodiffusioni ha già raggiunto uno stato di maturità e di fecondo sviluppo[21].

Si voleva, quindi, fare di Radio Trieste un centro propagatore del fascismo, sfruttando la posizione strategica e la capacità di influenza dei mezzi di comunicazione di massa[22]. La ricezione dei programmi della radio, accolta con entusiasmo dal pubblico[23], fu estesa in tutta Europa fino alla Spagna e dai Balcani all’Ungheria[24]. Inoltre, il suo palinsesto fu inserito nella tratta radiofonica Bologna-Padova-Udine che comprendeva anche la diramazione in cavo Udine-Plezzo-Tarvisio e (dal 1932) nel Gruppo Nord[25]. Questo valse a Radio Trieste la possibilità di riprodurre i suoi programmi su diverse piattaforme, azione che richiese un investimento economico da parte dell’EIAR per l’installazione di un secondo trasmettitore di frequenze.

Durante la seconda guerra mondiale, l’attività radiofonica si ridusse drasticamente fino quasi ad azzerarsi. Dal 1943 al 1945, Radio Trieste fu sottoposta alla gestione tedesca, venendo inclusa nella Radio-Gruppo di Emittenti del Litorale Adriatico (RLA) alle dipendenze delle autorità civili. Furono anni floridi per la radio locale, poiché si mise a punto una valida redazione artistica, musicale e culturale.

A partire dal 12 giugno 1945, si costituì l’Ente Radio Teatro Trieste e poi l’Ente Radio Trieste, risolvendo alcune questioni tecnico-giuridiche di grande rilevanza[26]. Nel decennio 1945-1955, l’impostazione generale dei programmi si modificò sull’onda di un rinnovato clima democratico: fu ampliata la parte musicale con produzioni in proprio anche di trasmissioni drammatiche e conversazioni, divenendo un centro europeo di produzione radiofonica.

Nel 1954 si aprì una fase di riorganizzazione dell’ERT e vennero definite alcune cruciali questioni giurisdizionali che portarono al riconoscimento, da parte della Rai, di particolari esigenze a cui «le stazioni radiofoniche triestine devono continuare a rispondere per la difesa della italianità del territorio e per l’allacciamento di fecondi e pacifici rapporti con le popolazioni d’oltre confine»[27].

 

3. Radio Trieste nella RAI

Gli esperti di radio fanno corrispondere gli anni dal 1954 al 1974 alla quarta fase di sviluppo della RAI, identificata con la definizione di “radio nell’età televisiva”[28] per la progressiva introduzione del mezzo televisivo. La radio, pur restando il mezzo egemone per la fruizione di programmi di attualità, cultura e intrattenimento, si articolò sull'immediatezza e sulla velocità.

Nel 1967, una riforma della programmazione precisò questi indirizzi, finalizzandoli a una «maggiore stabilità della collocazione per i vari generi, allo snellimento e attualizzazione delle trasmissioni culturali, alla divulgazione musicale. Si affermano i contenitori, la musica diventa il tessuto connettivo delle trasmissioni»[29].

Questi anni di attività intensa anche per Radio Trieste possono essere divisi in brevi periodi storici.

 

L'INIZIO (1955-1959)

Con l’ingresso nella RAI, Radio Trieste si trovò in una situazione molto vantaggiosa per i consistenti contributi nazionali che le permisero di ampliare il profilo di alto livello adottato precedentemente. Per quanto attiene la programmazione culturale, in questi anni furono trasmessi almeno 220 programmi diversi, con le punte più alte nel 1955 e nel 1957 (circa una sessantina di programmi): una parte considerevole di essi era data da temi inerenti la letteratura giuliana, con inviti ai grandi autori viventi (Umberto Saba, Giani Stuparich) e a quelli emergenti (Anita Pittoni, Sergio Miniussi, Lina Gasparini, Oliviero Honorè Bianchi, Dino Dardi, Bruno Maier, Pier Antonio Quarantotti Gambini, Fulvio Tomizza, Anna Maria Famà e altri). I programmi erano di breve durata ed erano trasmessi in diretta: in particolare, si nota un aumento della programmazione nel secondo semestre dell’anno. Oltre ai notiziari e alla panoramica degli avvenimenti della regione (storici, folkloristici, occasionali), gli altri programmi erano cronache cinematografiche, musicali, teatrali da parte della Compagnia di Prosa interna: v’era, poi, un elemento di vivacità e freschezza in queste rappresentazioni appartenenti alla tradizione e più facilmente fruibili da parte della popolazione. Altri programmi frequenti erano i settimanali sugli aspetti della vita triestina, i collegamenti con le zone della Venezia Giulia rimaste alla Jugoslavia, la collaborazione sempre più proficua e stretta con intellettuali, scrittori, artisti realizzata con la RAI nazionale.

Un esempio è lo sceneggiato in sei puntate La rosa rossa[30] tratto dal romanzo di Quarantotti Gambini, andato in onda nel 1959, nella riduzione radiofonica di Giammancheri. Si tratta di un contributo interessante, perché connesso con l’identità e il contesto giuliano, svolgendosi a Capodistria nell’immediato primo dopoguerra. Si palesa allora lo smarrimento di un ex ufficiale austroungarico che, rientrato a casa in un contesto politico mutato, si muove fra i frammenti della memoria che lo riportano a tempi perduti. Il senso di disorientamento, la memoria di un passato ormai finito e il trauma della guerra sono temi ricorrenti e condivisi in quegli anni, sui quali far riflettere gli ascoltatori.

Accanto a questo tipo di produzione, si affiancarono altri generi di programmi che furono particolarmente apprezzati dal pubblico e ancora oggi vivono nel ricordo di tanti triestini: è il caso di El Campanon, un recitato dialettale che presentava siparietti ludici, disimpegnati e canzonatori sugli stereotipi locali, andando a toccare con leggerezza questioni aperte e temi delicatissimi, come la nostalgia per l’Austria, la mescolanza delle etnie, le credenze popolari. I brevi episodi erano conditi da battute di spirito colorite e irriverenti, che avevano l’effetto di far identificare e far sorridere l’ascoltatore. I contenuti di questo programma (che durò oltre vent’anni) ottennero un tale successo da essere inseriti in una raccolta scritta, Le Maldobrìe, patrimonio della cultura triestina che ancora oggi viene trasmesso.

I programmi parlati, ancora pochi numericamente, erano spesso condotti da personalità di grande fama: Piccolo Cabotaggio di Giani Stuparich[31] ne è un esempio illustre, nel quale si proponeva un modello di superamento della drammatica esperienza di dolore e sacrificio della guerra e si teorizzava la ristrutturazione dei valori guida della vita.

Infine, va sottolineato che in questo periodo delicato per gli equilibri internazionali, Radio Trieste ricercò dei rapporti con altre emittenti: una prima importante collaborazione con Radio Capodistria si articolò già nell’agosto 1959 con la trasmissione della “Serata della canzone italiana di Capodistria” registrata alla presenza di oltre duemila persone giunte dalle cittadine di Istria e Quarnaro. Anche con Radio Lubiana e Radio Zagabria nacquero dialoghi frequenti, che portarono all’istituzione, nel 1961, di una rete di corrispondenti RAI da Capodistria, Rovigno, Fiume e Pola.

 

Il culmine dell’attività (1960-1967)

Dal 1960 in poi si manifestarono gli anni di maggior creatività e innovazione, grazie anche alle risorse investite da Roma. Il numero delle trasmissioni crebbe notevolmente e si attestò su oltre 400 titoli (di cui quasi la metà composti da puntate uniche), diffondendosi tutti i giorni dalle 7.30 alle 20, così come richiesto dagli ascoltatori[32]. Iniziò inoltre il collegamento costante con le radio nazionali nelle ore altrimenti scoperte.

Erano anni di fermento per tutta la società civile italiana:

Usciti dal regime, la gente voleva sapere, voleva conoscere: dalle nuove conquiste della scienza ai consigli pratici di comportamento sull’agricoltura e sull’economia: la radio investiva ogni attimo, ogni manifestazione, era “sorella” per gli infermi, consulente per l’allevamento dei bambini, diffondeva listini di prezzi dei generi alimentari; si occupava di lingua e di grammatica, chiamava al microfono insigni dantisti a leggere il Poema [...]; tentava la riscoperta delle tradizioni popolari, superando la mortificazione del dopolavoristico folclore di regime; toccava sensibilità notturne […], dava consigli ai cacciatori, ai pescatori, ai maestri di scuola![33]

La distensione degli anni Sessanta con il boom economico e, per Trieste, la pacificazione con la Jugoslavia furono il terreno fertile nel quale fiorirono importanti trasmissioni culturali. Iniziò a manifestarsi, infatti, un certo sperimentalismo, i radiodrammi di natura teatrale diminuirono, mentre si affermavano i recitati su più puntate (che dimostra anche una maggiore abitudine nell’ascolto della radio). Ad esempio ne La frontiera di Franco Vegliani (in cinque puntate) emerge l’espressione di una terra “di nessuno”, martoriata e confusa dalla storia. «Ho cambiato tre volte padrone. Troppe, in una sola vita»[34], dice un personaggio all’inizio del romanzo. E poi, ancora, temi identitari che toccavano la carne viva della popolazione: «Italiano? Slavo? Che cosa significano? Non siamo forse tutti quanti austriaci?»[35].

Fu anche il periodo degli approfondimenti letterari e delle rubriche, che consentivano uno spazio di conversazione diretta con gli autori e gli intellettuali, capaci di elaborare pensieri lunghi e di farsi guide spirituali della popolazione. Esemplari le trasmissioni di lungo corso Bozze in colonna e Scrittori della Regione, attraverso le quali la radio iniziò ad essere sempre più percepita come una coscienza cittadina, un luogo di espressione aperto dove manifestare ed elaborare il proprio sentire.

Fu un fenomeno molto più ampio e articolato di una serie di casuali incontri e relative bevute e coinvolse molta gente, avendo come punti di riferimento una serie di luoghi ben precisi: osterie, bar, circoli, studi di pittori, gallerie d’arte, librerie e un gran numero di artisti, intellettuali, pubblico interessato al mondo artistico e letterario, mecenati (assai scarsi per la verità) i quali nel loro incontrarsi dettero vita a spazi di confronto creati come pochi, complementari e a volte alternativi a quelli della cultura “ufficiale”[36].

 

Si misero in luce, così, il profilo culturale di Trieste, la sua funzione di coacervo di culture, religioni, popoli e la grandezza dell’emporio di fine Ottocento, quando la città aveva richiamato nazionalità e lingue diverse, dando contributi significativi nel campo delle scienze e delle arti. La grandezza della città laica e accogliente era oggetto delle conversazioni storiche, artistiche e sociali come Carte d’archivio. Frammenti di vita istriana, Curiosità e aneddoti, Storie e leggende fra piazze e vie. La radio effondeva una nuova atmosfera sulla città che si riscopriva finalmente aperta. Portatori di questa visione erano i grandi autori del primo Novecento triestino e una generazione di intellettuali e artisti come Bruno Maier, Fulvio Tomizza, Ennio Emili, Claudio Martelli, Lina Gasparini, Nera Gnoli Fuzzi, Guido Miglia. Infine, si riscoprirono anche spazi dedicati alla lettura e al commento di poesie, che avevano al centro sempre la questione della frontiera, il non-luogo, l’estraneità, l’identità multipla[37], la “città di carta”[38].

Il reflusso (1968-1972)  

Si individua fra il 1968 e il 1972 il terzo periodo della programmazione di Radio Trieste, durante il quale il palinsesto si ridusse, giungendo al suo minimo storico di circa 300 titoli, con il dimezzamento del numero di programmi trasmessi. La diminuzione dell’offerta, dovuta alla rimodulazione degli accordi tra Radio Trieste e RAI, si era già riscontrata negli ultimi mesi del 1967, soprattutto nei primi mesi dell’anno. I fine settimana risentirono di una programmazione meno locale, fruendo di continui collegamenti con le emittenti nazionali e anche la fascia oraria di messa in onda fu sacrificata. Soltanto nel 1968 si riscontrò un aumento dell’offerta radiofonica, a motivo delle celebrazioni per il 50° anniversario della fine della I guerra mondiale. Furono ridotte anche le produzioni della Compagnia di Prosa di Trieste, alle quali si preferirono gradualmente i programmi di conversazioni registrati o in diretta. A partire dal 1970 l’offerta radiofonica si divise in giornate: musica, lirica e sinfonia tre volte a settimana, due volte la prosa e una volta l’attualità culturale, provocando la quasi totale cancellazione di programmi culturali trasmessi nel fine settimana. Aumentarono i programmi tratti dai collegamenti esterni o di intrattenimento, come quiz e giochi e le rubriche culturali acquisirono una cadenza fissa, mentre fu introdotta una nuova rubrica giornaliera dedicata al lavoro e all’economia in Regione, sintomo del malessere sociale che si iniziava a respirare in Italia.

Dal punto di vista dei contenuti, si assiste a un progressivo abbandono dei temi affrontati negli anni precedenti, considerati ormai superati da nuovi gusti e nuovi interessi.

 

Il declino (1973-1976)

Negli anni dal 1973 al 1976 il numero di programmi diminuì ancora, con la trasmissione di poco meno di 150 titoli. Si continuò con il taglio della programmazione culturale nei fine settimana e con una progressiva riduzione dell’autonomia, esaurendosi l’esperienza della Compagnia di Prosa e aumentando le conversazioni letterarie, gli approfondimenti specifici e le rubriche fisse dedicate alle tematiche locali.

Proseguì, insomma, il progressivo smembramento della specialità di Radio Trieste, che per volontà della RAI stava diventando una delle tante emittenti collegate al sistema nazionale. Gli autori che proseguirono, anche negli anni Settanta, l’attività a Radio Trieste erano pochi: fra i diversi nomi ancora Carpinteri e Faraguna, i vari Miglia, Mattioni[39], Burdin, Tomizza e Voghera, Cecovini, Gruber Benco. Inoltre, si aprì uno spazio dedicato alla letteratura friulana con la valorizzazione di Gianfranco D’Aronco ed Elio Bartolini.

La radio di questo periodo è una realtà sfilacciata, nella quale ormai anche lo stesso mezzo radiofonico perde visibilmente di rilevanza e di consistenza. Inoltre, la città si trova sull’orlo di una crisi nervosa a causa della ratifica del Trattato di Osimo, che rimette tutto in discussione, a partire dall’identità e dal futuro del capoluogo giuliano. Crebbero, incredibilmente, gli allacciamenti con Radio Venezia Giulia, Radio Capodistria e altri canali della Slovenia (Radio Lubiana, Tv Lubiana, Tv Zagabria, ecc.), che, pur con un’offerta ancora ridotta, rappresentavano un’alternativa all’emittente triestina.

 

4. Conclusioni 

In linea generale, si può affermare che i programmi culturali e letterari di Radio Trieste crebbero di rilevanza e in numero direttamente proporzionale alla definizione del nuovo profilo della radio stessa. Infatti, se dalla metà degli anni Cinquanta si assistette a uno sperimentalismo fecondo, sia nel palinsesto, sia nella scelta degli autori, sia nell’approccio al mezzo radiofonico, la radio degli anni Settanta aveva ormai trovato un suo equilibrio, una prassi e uno stile determinato. Peraltro, il processo di strutturazione della radio doveva il suo orientamento, in parte, anche alla capacità di proporre il meglio della produzione e dell’elaborazione culturale locale, per proiettarla nel suo retroterra naturale.

Non stupisce, dunque, se, con le dovute proporzioni e i doverosi equilibri territoriali che si richiamavano soprattutto alla storia recente, furono usati proprio quei canali e quei modelli nei quali la radio si era specializzata nel corso del tempo. Oltre a un largo spazio dedicato alla musica, grazie ai mezzi di produzione disponibili, anche la cultura non poté che assumere un posto di rilievo nella programmazione generale.

L’investimento nella sede triestina da parte della RAI[40] fece sì che la radio desse un considerevole spazio agli autori locali, conferendo al mezzo un elemento di presenza costante nella vita quotidiana. Questo favorì non soltanto una nuova coesione sociale, ma soprattutto un rinnovato senso di appartenenza, di condivisione e di parziale elaborazione delle vicende storiche. Per la Trieste di allora la possibilità di quello spazio fu l'occasione per una rappresentazione di sé e del proprio vissuto, della propria complessità territoriale, incomprensibile al resto d’Italia[41].

Come si è provato a dimostrare, il circuito di Radio Trieste divenne, in questo senso, il fulcro della vita letteraria, culturale e intellettuale della città per quasi vent’anni, indirizzando e consegnando al pubblico alcune risposte possibili alle tante domande inevase.

Pelaltro, a metà degli anni Settanta, proprio nel momento di maggiore sforzo, il Trattato di Osimo (1975) sancì la riapertura delle ferite e la rinascita di paure, impedendo il naturale prosieguo della necessaria elaborazione storica. Al contrario, la città visse una sorta di choc, chiudendosi in se stessa e rievocando tópoi e argomenti che si voleva superati. A questo cristallizzarsi del tempo, fece sponda il cambiamento repentino nei mezzi di informazione di massa e nei gusti del pubblico. L’affermazione della televisione rappresentò un punto di non ritorno nel vasto scenario italiano: con quella riforma gli strumenti di politica culturale assunsero una valenza prettamente politica e partitica. Gli autori che precedentemente avevano partecipato alla vita della radio si erano connotati per il loro impegno civile, teso a promuovere i valori alti del Risorgimento, nella convinzione che, se accolti, la città sarebbe rinata. Radio Trieste rappresenta, quindi, l’emblema più significativo dell’affermazione dei valori fondamentali di libertà, tolleranza, convivenza pacifica, rispetto della dignità umana, che traspaiono chiaramente dai contenuti, dalle forme, dalle persone ai quali fu dato spazio e della cui attività persistono le tracce. Essa assolse così a quello che Sergio Zavoli[42] ha definito il compito fondamentale del servizio pubblico radio-televisivo[43], ovvero la difesa dell’identità culturale e civile del Paese.

Questa è ancora oggi l’eredità più preziosa e inestimabile di Radio Trieste.



[1] E.J. Hobsbawn, Il secolo breve, Rizzoli, Milano 1995; AA.VV., Enciclopedia monografica del Friuli-Venezia Giulia, Del Bianco, Udine 1979; AA.VV., Per conoscere Trieste. Cenni e dati essenziali, Libreria Editrice Cappelli, Trieste 1955; T. Catalan (a cura di), Dopoguerra di confine: progetto Interreg 3A, IRSMLFVG, Trieste 2007; R. Pupo, Guerra e dopoguerra al confine orientale d’Italia, 1938-1956, Del Bianco, Udine 1999; A. Apollonio, Venezia Giulia e fascismo, 1922-1935, LEG-Irci, Gorizia-Trieste 2004; P.A. Quarantotti Gambini, Primavera a Trieste, Edizioni Svevo, Trieste 1985.

2 B. Gasparini, C. Ottaviano, G. Simonelli, N. Vittadini, Confidarsi a voce alta. Televisione, radio e intimità, RAI ERI, Roma 1998; AA.VV., Speciale Radio TV. Cronistoria dalle origini 1924-1984, n. 2, RAI, Roma 1984; AA.VV., ERI informazione: periodico bimestrale di informazione culturale, anno 1, n. 1 (1982), ERI, Roma 1982.

[3] S. Zingale, L. Gotti Porcinari, La legge di riforma della RAI: legge 14 aprile 1975, AIART, Roma 1976.

[4] Sul tema esiste una vastissima letteratura: G. Bosetti, Cattiva maestra televisione, Marsilio, Venezia 2010; P. Bourdieu, Sulla televisione, Feltrinelli, Milano 1997; A. Grasso, Il bel Paese della tv, Corriere della Sera, Milano 2004; A. Grasso, Storia della televisione, Garzanti, Milano 1998; A. Mura, Discorsi sulla televisione, La scuola, Brescia 1960; G. Pampaloni, Gli anni di televisione in Italia: 1954-1963, Eri, Roma 1964; G. Sartori, Homo videns, televisione e post-pensiero, Laterza, Roma 1997; B. Scaramucci e G. Del Pino, Come si documenta la tv, RAI ERI, Roma 2006; F. Soresini, Le origini della televisione in Italia, AIRE, Roma 2003; R. Williams, Televisione: tecnologia e forma culturale e altri scritti sulla tv, Editori Riuniti, Roma 2000; M. Wolf, Gli apparati delle comunicazioni di massa, Guaraldi, Firenze 1977; AA.VV., Televisione e vita italiana, ERI, Torino 1968; A. Ferraro, Che cos’è la televisione: in bianco-nero, Sansoni Firenze 1979; G. Crapis, La parola imprevista, Lavoro, Roma 1999; G. Bechelloni, L’immaginario quotidiano, ERI, Torino 1984.

[5] A. Bartolomei, P. Barnabei, L’emittenza privata in Italia dal 1956 a oggi, ERI, Torino 1983.

[6] E. Canetti, Massa e potere, Rizzoli, Milano 1972.

[7] Candussi è stato direttore RAI della sede del Fiuli Venezia Giulia dal 1955 al 1976. Ha scritto i tre volumi (per un totale di oltre 1500 pagine) di Storia della radiodiffusione, Trieste 1993 e I nuovi impianti dello studio di Radio Trieste, Tecnica Italiana, Trieste 1952.

[8] G. Botteri e R. Collini (a cura di), Radio Trieste 1931-2006, Eri, Roma 2007.

[9] G. Voghera, Di fronte a questo mondo, Trieste 1972. T. Kezich (a cura di), Tino Ranieri, Quaderni RAI, Trieste 1983; T. Kezich e C. Magris (a cura di), Mezzo secolo da Svevo 1928-1978, RAI, Roma 1978; C. Duranti, Il Teatro Stabile di Trieste e la sede di Radio Trieste, Units, Trieste 1999-2000; AA.VV., Radio Triest – Zona jugoslava, Tipografia Jadran, Capodistria 1951; AA.VV., Radio Koper-Capodistria: 40 anni portati bene, Tiskarna Vek, Capodistria 1989; T. Omladic, Radio Koper Capodistria, ZGP Primorski tisk, Capodistria 1975; AA.VV., Svevo in televisione e da Radio Trieste, Del Bianco, Udine 1978; AA.VV., Il ciclo radiofonico del teatro di Cecchelin, Quaderni RAI, Trieste 1978; P. Spirito, Trieste a stelle e strisce, MGS Press, Trieste 1995; V. Levi, Conversazioni e dialoghi musicali, Eut, Trieste 2016.

[10] F. Monteleone, Introduzione in Storia della radio e della televisione, Marsilio, Venezia 1999, p. XII. Monteleone ha pubblicato anche: La radio che non c’è, Donzelli, Roma 1994; Storia della radio e della televisione in Italia, Marsilio, Venezia 1992.

[11] AA.VV., La nuova teca centrale automatizzata, Tipografia artistica editrice, Roma 2013.

[12] Non è chiara la causa della dispersione dell’archivio di Radio Trieste relativo agli anni precedenti al 1976, momento nel quale si verificò anche un avvicendamento alla Direzione della sede RAI. Gli archivisti della sede centrale RAI affermano che le attribuzioni di questa lacuna sono in capo alle scelte dei diversi direttori di sede regionale. Negli anni d’interesse svolse questo ruolo il già menzionato ing. Candussi, sostituito nel 1976 dal compianto dott. Botteri. Del resto, l’ing. Candussi ha scritto, nelle pagine introduttive del suo lavoro, (Storia della filodiffusione… cit., p. 3, III volume: “Mentre il risultati delle sue [proprie, ndr] ricerche che si riferivano ai suddetti due primi volumi erano stati conservati nella sua abitazione, quelli relativi all’ultimo volume, richiedenti maggiore spazio, erano stati depositati in un magazzino della sede regionale del Friuli-Venezia Giulia della RAI a Trieste. Però, dopo il pensionamento dell’autore [di Candussi stesso, ndr], in un periodo imprecisato ed a sua insaputa, tutto codesto materiale documentario è stato allora eliminato, probabilmente per fare posto ad altro, ritenuto allora più importante”. E poco dopo: “...ma anche con tale limitazione l’autore – non potendo più utilizzare la documentazione precedentemente raccolta e, purtroppo mandata al macero – ha dovuto compiere un lungo e faticoso lavoro…”.

Peraltro, è anche vero che negli anni di interesse la maggior parte dei programmi avveniva in diretta e quindi non era registrata. Infine è opportuno riportare che diverse fonti orali attestano l’esistenza di un magazzino della RAI, posto nella località di Monte Radio (Trieste), dove potrebbe essere conservato ancora del materiale. Sull’effettiva presenza di tale vano, non v’è alcuna conferma né smentita da parte della RAI regionale.

[13] Reperito presso l’Archivio di Stato di Trieste.

[14] Reperito presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Si veda anche: AA.VV., 50 anni del Radiocorriere TV, ERI Edizioni RAI, Roma 1980.

[15] Il lavoro di ricerca sta proseguendo, analizzando proprio i programmi di cui è possibile indagare i contenuti.

[16] Le leggi 482/1999 e 38/2001.

[17] S. Jancar, La nascita di Rai Radio Trst A e Radio Capodistria nel contesto delle minoranze linguistiche slovena e italiana: tesi di laurea, relatore prof. Mario Mirasola, UniTs, 2004-2005.

[18] R. Spazzali, Radio Venezia Giulia (1945-1954), IRCI e LEG, Gorizia 2013; G. Candussi, Radio Pola e Radio Venezia Giulia, Italo Svevo, Trieste 2008.

[19] Convenzione del 15 dicembre, approvata con R. Decreto 29 dicembre 1927 n. 2526.

[20] «Programmi dell’EIAR», fascicolo 13/1, n. 2057 (1932).

[21]Intervista dell'allora vicedirettore EIAR Enrico Carrara, “La stazione Radio di Trieste sarà inaugurata ai primi di marzo”, in «Il Piccolo», 16 ottobre 1930, p. 5.

[22] Vi è una vasta letteratura sul tema fascismo e radio: P.V. Cannistraro, La fabbrica del consenso, Laterza, Roma-Milano 1975; P. Dogliani, Il fascismo degli italiani, Utet, Torino 2008; G. Grana, La rivoluzione fascista, Marzorati, Milano 1985; L. Hendel, L’organizzazione del consenso nel regime fascista, Istituto di etnologia e antropologia culturale, Perugia 1983; G. Isola, Abbassa la tua radio, per favore..., La nuova Italia, Scandicci 1990; G. Isola, L’ha scritto la radio (1924-1944), Mondadori Milano 1998; A. Monticone, Il fascismo al microfono, Edizioni Studium, Roma 1978; F. Turi, Il fascismo e il consenso degli intellettuali, Il Mulino, Bologna 1980; M. Isnenghi, L’educazione dell’italiano, Cappelli, Bologna 1979.

[23] Cfr. «Il Piccolo»: “L’edificio della stazione radio è già sorto sul colle di Triestenico”, 3 gennaio 1931, p. 3; “Interessanti notizie sulla stazione che sta sorgendo a Trieste”, 26 febbraio 1931, p. 5; “Verso l’inaugurazione della stazione”, 19 luglio, p. 4; “Dalla sommità delle antenne di Monte Radio”, 2 agosto 1931, p. 5.

[24] G. Candussi, Storia della radiodiffusione… cit., p. 762: “Sembra oggi impossibile che un’emittente a onde medie con una potenza di soli 10 kw fosse ricevuta in luoghi così lontani: bisogna tener presente che l’occupazione dello spettro delle frequenze in quella banda era molto più limitata, minori erano anche i disturbi industriali, le macchine riceventi erano dotate di antenne esterne che ne attutivano i disturbi e che i radioamatori potevano passare anche alcune ore a cercare un segnale”.

[25] «Radio Orario», domenica 10 gennaio 1935, «Stazioni Gruppo Nord: Milano-Torino-Genova-Trieste» in «Radiocorriere», VIII (1935), 2, p. 27 e La rete di collegamenti musicali per le stazioni italiane su Annuario EIAR dell’anno XIII, VIII (1935), 2, p. 79.

[26] Le trasmissioni avevano l’esclusiva concessa solo all’EIAR (diventata nel frattempo RAI), i cui diritti passarono all’ERTT. Con l’ordine n. 355 del 25 marzo 1947 l’ERT iniziò a gestire la sola stazione radiofonica triestina e poté percepire i proventi di diritti, licenze, abbonamenti e contributi, oltre all’esenzione di qualsiasi importa e tassa.

[27] “È sorta Radio Pola su AP”, anno I, n. 7 del 5 agosto 1945, in G. Candussi, Storia della radiodiffusione… cit., p. 595, nota n. 6.

[28] AA.VV., Speciale Radio TV, Storia della Radio. 60 anni di radio, n. 2, RAI, Roma 1984, p. V.

[29] Ivi, p. XI.

[30] P.A. Quarantotti Gambini, La rosa rossa, Einaudi, Torino 1935.

[31] Le trasmissioni radiofoniche riprendevano la lettura anche di G. Stuparich, Trieste nei miei ricordi, Garzanti, Milano 1948.

[32] «Il Piccolo», 2 gennaio 1960, p. 19.

[33] AA.VV., La radio. Storia di sessant’anni 1924-1984... cit, p. 104.

[34] F. Vegliani, La frontiera, Editrice Ceschina, Milano 1964, p. 13.

[35] Ivi, p. 33.

[36]C.H. Martelli, La bohème triestina 1955-1975, Hammerle, Trieste 2010, p. 15.

[37] M. Bufon, Confini, identità ed integrazione: nuove prospettive per l’Alto Adriatico, SLORI, Trieste 2002.

[38] E. Pellegrini, La Trieste di carta, Lubrina, Bergamo 1987.

[39] Cfr. AA.VV., Breve viaggio nel mondo di Mattioni, AG, Trieste 2003.

[40] A partire dall'inaugurazione di un nuovo palazzo nel 1964. AA.VV., La nuova sede di Trieste, Radio Televisione Italiana, Trieste 1964 e AA.VV., Sede per il FVG, ERI, Caltignana 1985.

[41] Sulle problematicità triestine si leggano: E. Apih, Trieste, Laterza, Roma-Bari 1988; E. Emili, Il “maleficio” di Trieste: le due triestinità, Centro di Cultura dell’Alto Adige, Bolzano 1980; E. Guagnini, Una città d’autore: Trieste attraverso gli scrittori, Diabasis, Reggio Emilia 2009; E. Guagnini, Cultura e società a Trieste, Provincia di Trieste 1980; E. Guagnini, Minerva nel regno di Mercurio, IGSCD, Trieste 2001; AA.VV., Le Regioni dall’Unità a oggi. Il Friuli-Venezia Giulia, Einaudi, Torino 2002; B. Maier, Saggi sulla letteratura triestina del Novecento, Mursia, Milano 1972; C. Silvestri, Dalla redenzione al fascismo, Del Bianco, Udine 1966; A. Ara e C. Magris, Trieste. Un’identità di frontiera, Einaudi, Torino 1982; AA.VV., Scrittori triestini del Novecento, Lint, Trieste 1968; “Letteratura di frontiera”, anno I, n. I (1991), Bulzoni Editore, Roma; “Nord est” III, n. 8 (1996); “Trieste, rivista di politica e cultura”, n. 89 (1968), Trieste; “Umana”, n. 1 (1918), Trieste; A. Fonda Savio, La resistenza italiana a Trieste e nella Venezia Giulia, a cura di R. Spazzali, Del Bianco Editore, Udine 2006; F. Fortini, Questioni di frontiera, Einaudi, Torino 1977.

[42] Sergio Zavoli a Trieste, Premio Italia 1984.

[43] Sulla funzione della radio si rimanda a: M. McLuhan, Lo scenario dei media, Edizioni Kappa, Roma 2006; E. Menduni, I linguaggi della radio e della televisione, Editori Laterza, Roma-Bari 2008; S. Micheli, Mass media: intellettuali e pubblico, Landi, Firenze 1977; G. Giovannini, Dalla selce al silicio: storia dei mass media, Gutenberg, Torino 1996; G. Isola, Cari amici vicini e lontani, La Nuova Italia, Scandicci 1995; S. Marcelli e L. Solito, I programmi di servizio della RAI, Nuova Eri, Torino 1995; A.L. Natale, Gli anni della radio (1924-1954), Liguori, Napoli 1990; A. Papa, Storia politica della radio in Italia, Guida, Napoli 1978; G. Simonelli, Cari amici vicini e lontani, Mondadori, Milano 2012; L. Solari, Storia della radio, Garzanti, Milano 1940; F. Soresini, Breve storia della radio, Rostro, Milano, 1976; G. Spataro, La radio italiana dalla liberazione ad oggi, SET, Torino 1947.

Ultimo aggiornamento Sabato 07 Gennaio 2017 22:49